Perché cadono i capelli? Le cause più comuni
Perdere tra i 50 e i 100 capelli al giorno è assolutamente normale: fa parte del ciclo di ricambio. Il problema nasce quando il ricambio non funziona e la quantità persa supera quella che ricresce. Le cause sono tante, ma alcune tornano molto più spesso di altre.
Fattori genetici e ormonali
La causa numero uno? La predisposizione genetica. Parliamo di alopecia androgenetica, quella che comunemente chiamiamo calvizie maschile o femminile. Colpisce circa il 70% degli uomini sopra i 70 anni e il 40% delle donne in menopausa. Il colpevole è un ormone, il diidrotestosterone (DHT), che accorcia la fase di crescita del capello. Nelle donne, invece, spesso il problema è legato a squilibri ormonali: post-parto, sindrome dell'ovaio policistico (PCOS, colpisce il 5-10% delle donne in età fertile) o menopausa.
Stress: un fattore sottovalutato
Cause ormonali e squilibri: tiroide, gravidanza, menopausa
Gli ormoni tengono in pugno il ciclo di vita del capello. Quando qualcosa si sbilancia, il follicolo lo sente subito. La tiroide, per esempio, è un nodo caldo: sia l'ipertiroidismo che l'ipotiroidismo possono scatenare una caduta capelli cause ormonali. Con l'ipertiroidismo i capelli diventano fini e fragili. con l'ipotiroidismo si seccano e cadono a ciocche. Un esame del sangue (TSH, FT3, FT4) di solito basta per capire se la tiroide c'entra.
Poi c'è la gravidanza. Durante i nove mesi i livelli di estrogeni tengono i capelli nella fase anagen più a lungo del normale. La chioma sembra più folta, è vero. Ma dopo il parto il crollo ormonale spinge un sacco di follicoli in fase telogen contemporaneamente. Succede a circa il 40-50% delle donne, e il picco di perdita arriva tra i 2 e i 4 mesi dal parto. Niente panico: di solito si risolve da solo in 6-12 mesi, ma a volte serve un supporto nutrizionale.
La menopausa cambia le carte in tavola. Calano gli estrogeni, mentre gli androgeni restano più o meno gli stessi. Il rapporto si sposta e il follicolo risponde producendo capelli più sottili e corti, soprattutto sulla sommità della testa. È un diradamento progressivo, non una perdita a chiazze. Colpisce circa il 60% delle donne in post-menopausa, anche se molte non ci fanno caso subito. La diagnosi si fa con una tricoscopia e un'anamnesi ormonale.
Un altro squilibrio comune è la sindrome dell'ovaio policistico (PCOS), che alza gli androgeni e può accelerare il diradamento frontale e parietale. Non tutte le donne con PCOS perdono capelli, ma quando succede è abbastanza caratteristico. Anche la terapia ormonale sostitutiva o la pillola anticoncezionale possono influenzare il ciclo del capello, a volte in meglio, a volte peggio, dipende dal progestinico usato.
La buona notizia? Una volta individuata la causa ormonale, si può intervenire. La terapia per la tiroide (levotiroxina o antitiroidei), per esempio, spesso fa ricrescere i capelli in qualche mese. Dopo la gravidanza, la pazienza è la prima medicina. In menopausa, trattamenti topici come il minoxidil o terapie antiandrogeniche (finasteride sotto controllo medico, o spironolattone) possono dare buoni risultati. Ma non si improvvisa: serve un endocrinologo o un tricologo che interpreti gli esami e scelga la strada giusta.
Malattie che provocano la caduta dei capelli
Non tutte le cadute dei capelli dipendono da stress o genetica. Certe malattie scatenano il problema come effetto collaterale diretto. Ed è importante riconoscerle, perché trattare la causa principale spesso blocca la perdita.
La tiroide è tra le prime sospette. Sia l'ipotiroidismo che l'ipertiroidismo alterano il ciclo del follicolo. Quando la tiroide non funziona a dovere, il capello resta in fase di riposo invece di ricrescere. Il risultato? Una perdita diffusa, non a chiazze. Spesso il primo segnale è la caduta più intensa dopo 2-3 mesi dallo squilibrio ormonale.
Poi c'è l'alopecia areata. È una malattia autoimmune: il sistema immunitario attacca i follicoli. La caduta è rapida e a chiazze rotonde. Può colpire a qualsiasi età. In alcuni casi si ferma da sola, in altri progredisce fino a coinvolgere tutto il cuoio capelluto.
Lichen planopilaris: quando l'infiammazione distrugge il follicolo
Meno conosciuta, ma subdola. Il lichen planopilaris è una malattia infiammatoria cronica che colpisce il cuoio capelluto. La causa è autoimmune: i linfociti attaccano la parte alta del follicolo. Il risultato? Cicatrici e perdita permanente. Riconoscerla presto è cruciale. I segni iniziali sono prurito, bruciore e arrossamento localizzato. Poi compaiono chiazze lucide, senza pori. Una volta che il follicolo viene sostituito da tessuto cicatriziale, non ricresce più nulla. Il lichen planopilaris rappresenta una quota rilevante delle alopecie cicatriziali diagnosticate ogni anno. Il trattamento prevede corticosteroidi topici o intralesionali, ma la diagnosi arriva spesso tardi, quando il danno è già fatto.
Lupus eritematoso sistemico: la caduta come segnale d'allarme
Il lupus è un'altra malattia autoimmune che può provocare la perdita capelli . Non colpisce solo il cuoio capelluto: coinvolge pelle, articolazioni e organi interni. Ma la caduta dei capelli è spesso uno dei primi sintomi che il paziente nota. Può essere diffusa o a chiazze, con zone diradate e fragilità. In alcuni casi, la caduta è reversibile se si controlla la malattia di base. I farmaci immunosoppressori, come l'idrossiclorochina, aiutano a ridurre l'infiammazione sistemica. Non di rado il lupus viene individuato proprio a partire da una caduta di capelli a ciocche che va avanti da mesi.
Carenze nutrizionali: quali vitamine e minerali sono essenziali?
La connessione tra alimentazione e caduta capelli cause è più stretta di quanto molti pensino. Quando il corpo non riceve abbastanza vitamine e minerali specifici, la produzione di capelli rallenta o si blocca. Una carenza nutrizionale è tra i primi fattori da escludere in chi si presenta con un diradamento diffuso.
Il ferro: il minerale più spesso trascurato
Il dato è chiaro: la carenza di ferro è una delle cause più frequenti di perdita di capelli nelle donne in età fertile. Circa il 30% delle donne tra i 20 e i 49 anni ha riserve di ferro basse, anche senza anemia conclamata. I capelli entrano nella fase di riposo (telogen) e cadono più del normale. Se a questo si aggiungono mestruazioni abbondanti o una dieta povera di carne rossa, legumi e verdure a foglia verde, il problema si amplifica. Un semplice esame della ferritina (valore ottimale sopra i 70 ng/mL) chiarisce subito la situazione.
Zinco, vitamina D e biotina: gli altri protagonisti
Lo zinco partecipa alla sintesi della cheratina. Una carenza si manifesta con capelli fragili e aree diradate, talvolta simili all'alopecia areata. La vitamina D, invece, regola il ciclo del follicolo: livelli ematici sotto i 20 ng/mL si associano a una maggiore incidenza di telogen effluvium. Quanto alla biotina (vitamina B7), la carenza è rara in chi mangia uova e frutta secca, ma può comparire in diete restrittive o dopo uso prolungato di antibiotici.
Altri nutrienti da tenere d'occhio:
- Vitamina B12 - fondamentale per la divisione cellulare del bulbo pilifero. carente in vegani e in chi ha gastrite atrofica.
- Vitamina C - indispensabile per l'assorbimento del ferro.
- Selenio e rame - cofattori enzimatici per la pigmentazione e la struttura del capello.
Prima di acquistare integratori, meglio testare i livelli reali con un esame del sangue. Un eccesso di zinco, per esempio, blocca l'assorbimento del rame e peggiora la situazione.
Quando preoccuparsi? Segnali d'allarme e diagnosi
Non tutti i capelli che finiscono sullo spazzolino sono un problema. Una perdita quotidiana di 50-80 capelli è normale, fa parte del ricambio fisiologico. Il campanello d'allarme scatta quando il conto supera quota 100-120 e si mantiene sopra per settimane. Oppure quando i capelli si assottigliano visibilmente, il cuoio capelluto diventa più scoperto, la riga si allarga.
Ci sono segnali che non vanno ignorati. Se al mattino trovi ciuffi interi sul cuscino, o passando le mani tra i capelli ne restano cinque-dieci attaccati, è ora di agire. Lo stesso se noti zone lisce, del tutto prive di peli, che possono indicare alopecia areata. Un altro indicatore? Prurito costante, forfora ostinata, arrossamento o dolore localizzato - niente di normale, spesso c'è un'infiammazione alla base.
Il percorso diagnostico
Il primo passo è semplice: fissare una visita dal dermatologo o dal tricologo. In Italia si trova sia nel pubblico (con tempi d'attesa che variano) sia nel privato, dove una prima consulenza costa tra 80 e 150 euro. Niente autodiagnosi su Google: quello che a te sembra "stress" potrebbe essere un deficit di ferro o una disfunzione tiroidea.
Il tricologo inizia con un esame visivo, poi fa il pull test - tira delicatamente una ciocca per vedere quanti capelli si staccano. Se escono più di 3-5 per presa, qualcosa non torna. Segue spesso la tricoscopia, una lente ingranditrice che permette di vedere lo stato del cuoio capelluto e dei follicoli al microscopio. Niente di doloroso, dura dieci-quindici minuti.
Per una diagnosi più precisa si può ricorrere al trichogramma, un'analisi al microscopio di 50-100 capelli strappati (poco piacevole ma efficace) per capire in che fase del ciclo vitale si trovano. Quelli in fase anagen (crescita) dovrebbero essere il 70-80% del totale. Se scendono sotto il 60%, il ciclo si sta accorciando.
Le analisi del sangue completano il quadro. Il medico prescrive un esame con emocromo, dosaggio di ferritina (sotto 30 ng/ml è un problema), vitamina D, ormoni tiroidei (TSH, FT3, FT4), e spesso il profilo ormonale completo nelle donne per escludere l'ovaio policistico. Negli uomini si valuta il DHT.
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